Perché thriller?

Io cammino tanto, perché fa bene all’ambiente, alle mie gambe e al mio umore, ma soprattutto, fa bene ai miei pensieri. Sarà che, muovendomi a piedi, favorisco anche la mia circolazione, oltre che quella stradale. Per un motivo o per l’altro, la maggior parte dei miei romanzi e dei miei racconti, sia quelli che ho pubblicato, che quelli che ho cestinato (in misura assai maggiore), sono nati da un’idea che ho sviluppato tessendo la città, passo dopo passo.
L’altro giorno, come spesso accade, camminavo mettendo ordine nei miei pensieri e cercando di rendere chiaro, anche per qualcun altro, oltre che per me, il motivo ai miei occhi lampante del perchè io scriva solo storie “infernali”. Il fatto è che ho iniziato a scrivere il mio primo romanzo in un preciso momento della mia vita: il giorno era uno di quelli, l’ennesimo, in cui mi era stato detto che non valevo nulla e l’ennesimo, in cui avevo creduto alle parole di chi, cercando di annientarmi, voleva emergere. L’ora, quella che volge al desio, quando la nostalgia è lesta a infilarsi nello spiraglio di una porta accostata.
Ad ogni modo, in pratica, avevo le palle girate, e non poco.
Con questo spirito, ho iniziato a scrivere un romanzo, un giallo molto efferato e poco pregevole, che poi gettai miseramente, ma la cui stesura mi fece sentire ad ogni battuta più leggera e, quando lo terminai, mi sentivo rinata.
Perché in un libro può succedere tutto. In un libro giallo o un thriller, sono io che decido che vive e chi muore e perché. E come e quando. Io sono Dio. Le cose lì hanno un senso solo se decido che ce l’abbiano. C’è una sorta di serenità che nasce dal sapere di avere il controllo, dal sapere che il dolore può essere trasformato e ucciso, può sgorgare sulle pagine di un libro, come il pus da una ferita infetta che viene incisa. Il bisturi è la mia mano che corre sui tasti del computer.
Non penso più di non valere niente, non credo più nell’uomo che lo ha detto, né crederei a nessun altro che dovesse ripetermelo. Ma ogni giorno affronto dolore, il mio, piccolo, di essere umano, e leggo negli occhi di persone che soffrono davvero, il loro.
Io devo fare i conti col dolore dei pazienti e con la loro rabbia. Non posso girarmi dall’altra parte e fare finta che non sia il mio, perché non sarei un medico vero. Ma devo arginarlo, trasformarlo, andare avanti senza farmi tirare a fondo. E devo fare i conti anche con la paura di non farcela, con l’angoscia che provo. Con la mia rabbia di non riuscire sempre ad aiutare e di non riuscire sempre ad essere migliore e più forte.
Così, scrivo. Uccido il dolore.
Confesso la mia imperfezione, che è quella del genere umano, con i personaggi che da vittime diventando carnefici e viceversa. Siamo tutti vittime e carnefici, nessuno escluso.
E anche se voi vi credete assolti, siete comunque coinvolti. (Canzone del Maggio, De André)

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