Risveglio

Buio.

Non vedo niente, non sento niente, non ricordo niente. Non riesco a muovermi, non sento il mio corpo. In questa oscurità così impenetrabile non so neppure se ho un corpo.

Buio

 

 

Buio

Non vedo niente, non sento niente, non ricordo niente. Non riesco a muovermi, non sento il mio corpo. In questa oscurità così impenetrabile non so neppure se ho un corpo.

Forse sono morta e questo è il mio personale inferno, o forse non sono ancora nata. Non lo so. Non so chi sono.

Buio

 

 

 

Buio.

Ancora buio impenetrabile. Anche all’interno della mia mente. Non ricordo nulla di quello che mi ha portato qui. Dov’è qui? Dove sono? Chi sono?

Provo a muovermi, ma le mie gambe e le mie braccia non rispondono.  Non sento niente, nemmeno dolore. Se provassi dolore almeno saprei di essere viva, invece sono immobile al buio. Non provo niente, non vedo niente, non odo alcun suono. Sento, invece, con tutto il mio essere animale, una paura indicibile, che non augurerei mai a nessuno.

Sono stanca.

Buio

 

 

Buio, ancora. Ma mi sembra di riuscire a muovere l’indice della mano destra, anche se mi costa una fatica immensa. O forse mi sto illudendo e sto solo immaginando di avere un indice e una mano. La verità è che non so ancora niente, non so dove sia la destra, la sinistra, l’alto e il basso. Non ho coscienza di avere un corpo.

Forse non ce l’ho.

Scorgo all’improvviso una minima variazione dell’intensità del buio, ma forse l’ho solo immaginata.

Il tentativo di muovere l’indice e di penetrare il buio mi rendono esausta.

 

 

 

Sì. È davvero l’indice della mano destra, mi sento abbastanza sicura, adesso e il buio non è più così fitto come… ieri? Un mese fa? Il tempo non ha più alcun senso quando galleggi sospesa nel nulla.

Intravedo una lama di luce debolissima e comprendo che avevo gli occhi chiusi. Adesso, con sforzi sovraumani, riesco a socchiudere le palpebre e mi rendo conto che il buio non è poi così fitto e di essere immersa in una debole penombra.

Non riesco a mettere a fuoco le immagini e non capisco dove mi trovo, né perché e ancora non so chi sono, ma forse, lentamente, riuscirò perfino a riacquisire queste consapevolezze. Forse non sono morta, dopotutto e, piano piano, tornerà anche la memoria.

Per adesso, ho fatto abbastanza.

 

 

Riesco ad aprire di più gli occhi e a mettere a fuoco gli oggetti. Certamente non sono morta. Non riconosco l’ambiente in cui mi trovo e non mi sembra neppure vagamente familiare. Poiché non ricordo nulla, la cosa non mi stupisce.

Si apre la porta e qualcuno viene verso di me. Non ho idea di chi sia, ma vedo che è una donna vestita di bianco. Mi tocca da qualche parte, ma non sento dove, non mi guarda neanche in faccia, mi soppesa, mi valuta, come se fossi un quarto di bue in una macelleria.

Sono stata ingiusta, mi guarda in viso e vedo che sgrana gli occhi, sorpresa. Chissà da quanto tempo ero qui, con gli occhi chiusi.

Vedo che le sue labbra si muovono, ma non ne esce alcun suono o, forse, sono io che non sento.

Va via.

Torna con un uomo vestito di verde, con qualcosa al collo. Mi guarda anche lui e muove le labbra come un pesce in un acquario.

O forse il pesce sono io.

Credo che si aspettino da me una qualche risposta, ma non ho idea di cosa mi abbiano chiesto e, comunque, sono la persona meno adatta a dare risposte, ora come ora. Ho solo domande.

Mi punta una luce negli occhi. Vorrei girare la testa, ma non ci riesco, vorrei dirgli di andare via, ma non ci riesco. Riesco solo, pianissimo, a socchiudere gli occhi, mi sento prigioniera del mio corpo.  Nel frattempo, però il medico ha spento la luce, avrà visto quello che gli serviva.

Armeggia con qualcosa vicino al mio letto, dice qualcosa alla donna, che annuisce.

Poi, di nuovo il buio

 

 

Apro gli occhi, la penombra è sempre lì che mi aspetta, come l’infermiera. Sta scrivendo qualcosa sul telefono. Forse scrive al fidanzato o alla madre. Ha la sua vita, fuori da qui, anche io, certamente, una volta l’avevo, ma non ha lasciato in me alcuna traccia. Questo pensiero mi rende triste, tristissima e mi fa arrabbiare così tanto che vorrei urlare all’infermiera di smetterla di farsi i fatti suoi, ma, come sempre, non riesco ad emettere un suono. Mi accorgo, però che riesco a muovere la testa a destra e a sinistra. Percorro con lo sguardo il mio corpo inerme, a parte l’indice destro. Sono terrorizzata, non so cosa troverò, ma devo saperlo. Vedo tubi che entrano ed escono dappertutto. Entrambe le gambe sono bendate e tenute in alto. Forse sono rotte da qualche parte, almeno adesso so che c’è tutto.

Ma cosa è successo? Forse ho avuto un incidente che mi ha portato qui, con le gambe fratturate e la testa incasinata. Guidavo? Andavo veloce? Non so neanche so ho la patente, ma potrebbe essere. Vorrei poterlo chiedere, ma non ho modo.

Finalmente l’infermiera mi guarda. Vede che ho gli occhi aperti, ma non fa nessun cenno, nessun sorriso, forse pensa che non capisca e mi tratta come un oggetto, più che come un essere umano. Io invece vedo e penso e solo Dio sa quanta paura ho e quanto avrei bisogno di un sorriso, una carezza. L’infermiera però, evidentemente, non è pagata per le carezze. Mi guarda, mi palpa da qualche parte e annota con fredda efficienza qualcosa su un foglio.

Sono solo un’incombenza da sbrigare, fino alla fine del turno.

Arriva il medico, non è quello dell’altra volta. Questo è giovane e bello, coi capelli neri e il fisico muscoloso. Vederlo mi smuove qualcosa nell’inconscio, non so cosa, non ho idea se io l’abbia mai visto o no, ma la mia mente vorrebbe dirmi qualcosa. O, forse, mi fa solo notare quanto è carino.

Mi guarda negli occhi, muove le labbra, non riesco a leggere il labiale. Si gira verso l’infermiera e si fa porgere qualcosa. Mi tocca, ma non sento niente, poi sento una puntura da qualche parte, nel braccio sinistro. Il medico vede che sgrano gli occhi, ha capito che sento qualcosa e riprova. Gli faccio un debole, debolissimo cenno d’assenso, che lui coglie, soddisfatto. Evidentemente, faccio progressi.

Onestamente, non ero mai stata così felice di sentire qualcosa di simile al dolore, ma oggi lo sono.

Eppure, non un sorriso, non un cenno di incoraggiamento, da parte sua. Mi sento un animale da laboratorio. Forse sono ingiusta e loro sono distaccati professionalmente. Forse, dovrei preoccuparmene di meno e concentrarmi di più su di me, ma la verità è che vorrei sentire calore umano, vorrei avere qualcuno vicino, ma non c’è nessuno qui, con me.

L’infermiera armeggia con la flebo e sento il torpore impadronirsi di me. Sono sedata! Ecco perché non sento nulla.

Buio

 

Mi sveglio per il bruciore. Tutta la parte destra del viso mi sembra in fiamme. Che diavolo è successo? Mi guardo intorno, è tutto normale. Vorrei chiamare l’infermiera, ma non ho voce e, anche se riesco a muovere meglio la mano, arrivare al campanello sarebbe un’impresa impossibile.

Qualcuno arriva, ma non guarda me, guarda lo strumento vicino al mio letto. Seppur annebbiata dal dolore, capisco che sono arrivati perché ha suonato un qualche allarme. Capisco anche che non hanno idea di cosa stia succedendo. Come potrebbero saperlo?

Arriva una dottoressa, mi parla, mi guarda con disappunto, come se fossi colpevole di non potere parlare, scuoto la testa, perché ho troppo dolore, muovo la mano, perché vorrei toccarmi il viso, ma non ce la faccio, eppure la dottoressa sembra intuire qualcosa. Mi guarda, mi scruta e io mi sento nuda, molto più di come sia realmente, tocca il mio viso e mi sento esplodere, dalla mia reazione e dall’allarme, che capisco che suona di nuovo, si rende conto in qualche modo di quello che sta succedendo, qualcuno mette qualcosa nella flebo e sprofondo, nuovamente, nel buio, stavolta benedetto.

 

 

Mi sveglio, i pensieri sono più lenti, ma il dolore al volto è sopportabile, mi avranno dato qualcosa che non mi fa sentire troppo dolore, ma che mi stordisce. Con la coscienza, tornano anche le domande: che razza di incidente ho avuto, se l’ho avuto? Cosa mi ha spezzato le gambe? Perché il viso mi brucia? Continuo a non ricordare neppure il mio nome, mi concentro, ma niente, è come se ci fosse un muro tra me e il mio passato. So che succede negli eventi traumatici. Non è un ricordo, ma una consapevolezza, come quelle nozioni che impari da bambino e che ti rimangono dentro. Forse, sono un medico anche io. Potrei essere chiunque: astronauta, filosofo, giocoliere. Non ho alcuna consapevolezza né identità. E’ terribile.

Ero così concentrata nei miei pensieri, da non rendermi conto che l’infermiera si fosse accostata a me. E’ mora e evidentemente sovrappeso, si china su di me e collega una provetta a qualcosa che esce dal mio braccio, non sento nulla, ma vedo il sangue che scorre.

Ho una visione: sangue, sangue ovunque, una stanza che non mi evoca alcun ricordo familiare, il letto ricoperto di sangue, sangue sul pavimento, sulla parete. E’ sangue mio? Allora non ho avuto un incidente? L’incertezza mi fa impazzire. L’infermiera guarda il monitor. Mi sono agitata e vedo che lampeggia un numero, sarà la frequenza cardiaca. Ogni volta che aumenta, suona l’allarme. L’infermiera rimane indifferente, forse collega l’aumento della frequenza al prelievo.

Mi concentro, torno con la mente a quella stanza, mi sforzo di mantenermi calma, perché non voglio fare suonare l’allarme collegato al monitor o mi farebbero dormire e io non voglio dormire, voglio pensare.

Rievoco l’immagine di quella stanza, per quanto sia raccapricciante è da lì che devo partire. Cosa è successo? Mi sembra di ricordare che stavo fuggendo da qualcuno, mi facevano male il fianco destro e la gamba destra, ma continuavo a camminare nonostante il dolore, e il sangue. Sì, perdevo sangue, ero ferita, ma nonostante mi sforzi, non riesco a ricordare altro e non ne ho neppure il tempo, l’allarme deve essere partito comunque, qualcuno mi guarda, ma non lo vedo neanche, immersa come sono nel mio inferno interiore, qualcuno mi avrà dato qualcosa, perché all’improvviso scivolo nel sonno.

 

 

Ogni volta che mi sveglio, mi rendo conto che aggiungo un pezzetto al puzzle che è diventato la mia vita. Stavo scappando da un uomo, nella scena che sto ricostruendo, siamo entrambi quasi nudi. Lui mi insegue, ma non riesco a vederne il volto. So che è biondo, ma non riesco a vedere in contorni del viso, sento un terrore animale e capisco che voleva uccidermi. Devo essere stata vittima di un’aggressione che poteva rivelarsi fatale. Sono riuscita a scappare e a rimanere viva, ma a un prezzo altissimo.

Chi era quell’uomo che voleva uccidermi? Lo conoscevo? Voleva togliermi la vita, ma mi ha rubato il presente e il passato, lasciandomi inerme e distrutta in un letto di ospedale. Era mio marito? Mio fratello? E’ terribile e angosciante non sapere neppure questo.

So solo che devo ringraziare Dio di essere ancora viva.

Entra il medico, seguito da due uomini, uno dei quali in divisa, un poliziotto, penso che sia qui per parlare con me, voglio proprio vedere come pensa di farlo, il terzo è un tizio col braccio al collo e in sedia a rotelle. Forse è scampato alla mia stessa aggressione. Lo guardo in viso e non lo riconosco, è biondo.

 

Mi si avvicina e sento il cuore accelerare. La consapevolezza mi colpisce con la violenza di un treno.

Ricordo tutto, so tutto. Vorrei essere morta

 

 

“E’ lei? Ne è certo?”

“Sì, signor commissario, ne sono certo. La faccia è irriconoscibile, ma gli occhi sono inconfondibili, viola come quelli di Liz Taylor. E poi ha un serpente tatuato sulla spalla sinistra. E’ lei, senza alcun dubbio.”

“Nessun altro aveva parlato di un tatuaggio, commissario.” intervenne l’agente che stava verbalizzando

“Nessun altro che l’ha visto è rimasto vivo tanto a lungo da parlarne.” rispose il commissario, poi, nuovamente rivolto all’uomo in sedia a rotelle, disse “Lei è un uomo fortunato, pare che abbia ucciso almeno sedici uomini, prima di provarci con lei.”

“Io avevo sentito parlare di questo serial killer donna, ma mai, proprio mai, avrei pensato che fosse lei. Sembrava così dolce, così serena.”

“E così riusciva ad adescare uomini nei bar per del sesso facile per poi ammazzarli e derubarli. Lo sa che a volte ha ucciso per venti dollari? Non era il denaro, era il rischio a eccitarla.”

“Ma com’è possibile che nessuno l’avesse presa prima?”

“Viaggiava molto, non ha mai colpito due volte in luoghi vicini. Lasciava documenti falsi e se ne andava nel cuore della notte. Quando le cameriere andavano a pulire le stanze, scoprivano i corpi e ci chiamavano, lei era già scomparsa da ore.  E le bastava indossare occhiali da sole, cambiare colore di capelli e indossare cappelli perché nessuno la riconoscesse.”

“Commissario, aveva un’espressione così dolce e sembrava così indifesa che nessuno si sarebbe sognato di pensare a lei come un’assassina… La verità è che noi uomini siamo proprio degli stupidi, commissario.”

“Forse ha ragione lei. Comunque, le è andata bene.”

“Ma solo perché ho rifiutato di bere l’ultimo bicchiere dopo che eravamo stati a letto e ho bevuto solo un paio di sorsi, quindi non mi sono addormentato profondamente, altrimenti, commissario, sarei stata la diciassettesima vittima.”

“Invece è riuscito a reagire e a colpirla. E se l’è cavata con una ferita al braccio e una all’addome.”

“Eppure, nonostante l’avessi ferita al fianco e al braccio è riuscita ad andare via e a mettersi in macchina.”

“Non ha fatto molta strada, comunque. Si è schiantata contro un muro, probabilmente aveva perso troppo sangue e, sicuramente, la lucidità.”

Trascorse quasi un minuto prima che l’uomo rispondesse “Non so che razza di uomo sono diventato, Commissario. Forse sono diventato una bestia, ma volevo che morisse. Riesco solo ad essere addolorato perché il Signore non ha ascoltato le mie preghiere.”

“Ha ascoltato le mie. Vivrà, ma forse in galera e comunque paralizzata e sfigurata per sempre. Riesce a immaginare una condanna peggiore, per una come lei?”

 

 

 

 

 

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